Di Abazi Denada e Baccarini Lisa 5G
Il 24 febbraio siamo stati in gita ad Auschwitz-Birkenau. Prima avevamo visto solo foto o TikTok, ma dal vivo è un’altra cosa. Quel giorno diluviava e grandinava fortissimo. La cosa più straziante è stata entrare nei blocchi: oltre alle montagne di scarpe e capelli, ci sono i corridoi pieni di foto. Guardi quei visi e leggi le date: molti sono durati solo poche settimane. Ti manca l’aria perché capisci che era gente della nostra età, ragazzi che avevano i nostri stessi sogni e che dovevano stare lì fuori nel gelo per ore con solo una casacca leggera.
Arrivati a Birkenau è stato un altro colpo. Vedere il treno della deportazione fermo lì ti fa immaginare il terrore di chi viaggiava senza sapere cosa sarebbe successo, costretto a combattere per sopravvivere senza un motivo. Camminare tra i resti del campo, dove la gente moriva di fame e fatiche, ti lascia un nodo allo stomaco: nessuno ha il diritto di decidere della vita degli altri.
Oggi è il 25 aprile e scriviamo questo pezzo perché, dopo aver visto quei posti, la “Liberazione” non è più una parola sui libri. È la consapevolezza della fortuna che abbiamo a vivere in un Paese libero. Ricordare il dolore di quel treno e di quelle foto ci fa capire che l’indifferenza non deve avere più spazio. La libertà che festeggiamo oggi è il regalo più grande che abbiamo e non possiamo dimenticarlo.
Di Emiliani Giulia e Leserri Asia 5G
Oggi, 25 aprile, si festeggia la liberazione dal governo nazi-fascista del nostro paese. Cogliamo quindi l’occasione per ricordarci e raccontarvi dell’esperienza delle quinte ad Auschwitz e Birkenau.
Ad Auschwitz la prima cosa che vedi è la scritta “arbeit macht frei” il che mi ha quasi fatto arrabbiare perché so che è una bugia. Man mano che camminavo e la guida raccontava, immaginavo tutte le persone che sono passate di lì e che hanno vissuto quello che per noi è sempre stato un racconto.
Vedere i loro capelli, i loro vestiti, le loro scarpe, i bagagli, gli oggetti personali e le pentole mi ha fatto provare un senso di tristezza e malinconia soprattutto per ciò che apparteneva ai bambini. Queste esposizioni rendono tutto più concreto, fanno capire che dietro a ogni oggetto c’era una persona vera. Uno degli ultimi spazi dal quale siamo passati è una lunga parete su cui sono attaccate le loro fotografie con le loro date di nascita, deportazione e morte. Alcuni duravano mesi, altri settimane e altri solo giorni.
Personalmente non so cosa fosse meglio. Dai loro sguardi traspariva tutta la loro paura e il dolore, ma non solo: anche speranza e resistenza. Birkenau, invece, trasmette sensazioni differenti. È un luogo immenso, dove non ci sono vetrine ma solo spazi vuoti e baracche. Il fatto che quel giorno piovesse ha cambiato completamente la percezione della visita: il fango, il cielo grigio e l’umidità hanno reso tutto più cupo e reale. Mi sono ritrovata a pensare a quanto dovesse essere insopportabile stare lì in quelle condizioni. Se Auschwitz mi ha mostrato le prove di ciò che è successo, Birkenau mi ha fatto percepire quanto quel posto fosse desolato e invivibile.
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